
Giorno 1
Finalmente riusciamo a partire. Dopo innumerevoli ripensamenti e disdette è confermato: si parte.
Ci ritroviamo con i nostri amici sotto casa e belli pimpanti ci avviamo verso l’aeroporto di Firenze.
Ci mettiamo in file al check in ma ecco il primo intoppo: Paolo non trova il passaporto. Ormai manca poco per imbarcarsi e i minuti passano velocemente. Paolo inizia a frugarsi e piano piano inizia a spogliarsi. Mi sembra di rivedere la scena in cui a Fantozzi cade la bomba a mano nella manica. Io e gli altri ci pieghiamo dal ridere mentre Paolo si esibisce in questa buffa e frenetica danza. Finalmente guarda nel posto più ovvio del mondo, ovvero il marsupio, ed il suo passaporto salta subito fuori. Controlli di rito, imbarco, partenza, panino marmato servito quasi al volo ed arriviamo a Francoforte. Li ci uniamo al gruppo, arrivato da più parti d’Italia. Nuovi controlli e via verso la capitale indiana, Delhi.
Giorno 2
Il volo è andato regolare a parte due bambini che hanno pianto per il 90% del tempo. Vabbé, finalmente arriviamo nel bel mezzo della notte, alle 2 ora locale. E’ ancora buio a Delhi. Ci avviamo alla dogana ed ecco un nuovo dramma. Quelli del consolato indiano hanno sbagliato la dicitura sul visto ed invece di essere di tipo multiplo è quello singolo. Questo comporta che possiamo entrare ufficialmente in India solo una volta e quindi, dovendo poi proseguire per il Nepal, non possiamo uscire e rientrare ma solo transitare. Assurdo! Dovremo aspettare fino alle 19 del giorno dopo e rimanere intrappolati dentro all’aeroporto. Iniziamo estenuanti trattative con il poco personale disponibile a quell’ora e intentiamo qualche rumorosa protesta. Da questo episodio iniziamo a conoscere il carattere indiano… Dicono sempre di si (scuotendo il capo lateralmente) ma poi non fanno niente.
Se andate in India tenetelo presente e fateci l’abitudine, i vostri nervi vi ringrazieranno. Così, lasciati in balia di qualche vaga spiegazione, iniziamo il nostro bivacco dentro l’aeroporto. Ognuno si arrangia come può. Chi si apre il sacco a pelo e si sdraia per terra, chi inizia nevroticamente a mangiare. L’aria all’interno dell’aeroporto è impregnata di qualcosa che sembra gasolio e non si contano i nuvoloni di zanzare. Inoltre le poche poltroncine disponibili hanno tutte i braccioli e questo ci impedisce di sdraiarcisi sopra comodamente. Dopo varie ore assumiamo le posizioni più disparate in cerca di un minimo sollievo. L’acqua in bottiglia è carissima e tutto sembra approfittare della nostra situazione. Qualcuno dorme, o almeno sembra…
Giorno 3
Stanchi e stravolti dalla nottata quasi insonne aspettiamo di poter riprendere i nostri bagagli, che nel frattempo avevano girato all’infinito sui rulli al di là della dogana. Parole crociate, bestemmie e bischerate varie diventano il nostro pane per cercare di far passare un po’ il tempo. Questo scherzetto del visto sbagliato dall’agenzia ci fa saltare il mini tour a Delhi e che ormai, per questo viaggio, non vedremo. Peccato. Continue reading →
rimaste, oggi, hanno anche 1500 anni. Sono sempre li, a dispetto del clima torrido, del vento e delle azioni dell’uomo. Sulla strada del ritorno facciamo colazione. Ora puntiamo alla riserva marina di Cape Cross. Arrivati, scendiamo dalla nostre jeep e subito veniamo assaliti da un forte odore acre e, diciamolo pure, puzzolente. E’ il guano di centinaia di otarie che in questo periodo stazionano qui. Metto il tele ed inizio a fare le mie foto. I lamenti degli animali coprono il rumore del vento, mentre il mare spazza la costa. Un coyote si aggira nel branco di otarie. Un’occhiata veloce e con un guizzo furtivo porta via un piccolo, forse già morto, ad un’otaria. Lo spettacolo non è dei più belli ma è questa la vita reale, la vita che animali e persone sostengono qui, ogni giorno, in Africa. Niente è dato per scontato. Bisognerebbe ricordarselo più spesso. Dopo Cape Cross ci dirigiamo
verso la vicina Skeleton Coast. L’ingresso chiude alle 15, dobbiamo fare i biglietti e registrarsi. L’area è molto grande e i rangers ci avvertono di stare sulla strada. La presenza di alcune mine, residuati di qualche guerra passata, ci tengono un po’ col fiato sospeso. Facciamo diversi chilometri all’interno ma non troviamo alcun relitto da avvicinare in sicurezza. Bisognerebbe avere una mappa dettagliata con percorsi precisi per trovarli, oppure bivaccare all’interno dell’area e riprendere la ricerca il giorno seguente. Ci fermiamo e facciamo qualche passo, anche per sgranchirsi un po’ le gambe. Il paesaggio è davvero lunare. Solo il rumore del vento ed un sole calante all’orizzonte sono le uniche cose animate di questo momento. Il filo spinato e alcune bandierine ci ricordano e avvertono delle mine… Dispiaciuti di non
aver dato l’assalto ai relitti ci avviamo verso l’uscita est e puntiamo diretti al prossimo punto di campeggio. Siamo in ritardo e guidiamo un po’ con il buio. Arriviamo verso le 20 a Khorixas 

il resto. E’ banale ma visitare un supermercato ti da subito una prima indicazione delle abitudini locali e comunque ti fa anche capire che la globalizzazione incombe, dappertutto. Facciamo una spesa tremenda e riempiamo 4 carrelli. Tutti ci guardano. Mi sento un po’ a disagio. La nostra opulenza e l’abitudine a consumare oltre il necessario contrasta pesantemente qui, in questo luogo. Paghiamo ed usciamo. Ci incontriamo con gli altri al Roof e dividiamo sia il materiale sia il cibo fra le tre Nissan bianche 4×4, ritirare qualche ora prima. La sera facciamo la nostra prima cena, degna di questo nome, mangiando al ristorante dell’hotel. Tutto abbastanza buono per me, qualcuno invece storce il naso. Speriamo bene… Essendo poi senza bagaglio e attrezzature da campeggio inizio a fregare un po’ di cose. Al ristorante frego un coltello ed una forchetta ed in albergo un asciugamano. Mi saranno utili per i prossimi giorni. Dopo tutti a letto presto, che domani inizia il viaggio.
Mangiamo delle impanadas per strada e ci facciamo qualche birra. Il tutto per ingannare il tempo ed arrivare all’ora giusta per prendere l’aereo per Trelew. Dopo un paio d’ore di attesa siamo in partenza e dopo 1h40′ di volo, arriviamo. Appena atterrati il fresco del sud inizia a farsi sentire con i suoi sette gradi. Adesso, mentre in Italia l’estate volge al termine, li siamo a fine inverno. Prendiamo la navetta e andiamo a Puerto Madryn. Li abbiamo il nostro ostello, dalla signora Anna. Ostello essenziale ma pulito. Scarichiamo i bagagli e subito al ristorante El Nautico; il meglio di Puerto Madryn. Cucina tipica di carne e pesce. Davide Manuela e Giovanni prendono una specie di manzotin con patate mentre Giacomo una frittura di pesce ed io una bella bistecca patagonica al sangue e, non contenti, con un bell’ uovo sopra. La carne e buona. Mangiamo con soddisfazione e poi torniamo all’ostello per una doccia calda e una sana dormita. Anche il secondo giorno di spostamento è andato.









